16.10.2007


Essere di sinistra significa essere contro i conservatorismi, cioè contro la società incollata ai propri privilegi, incapace di far emergere le migliori risorse umane negli individui. Oggi più che mai, essere di sinistra significa essere per una società giusta, che valorizzi l'individuo attraverso il riconoscimento del merito e del talento. Essere di sinistra significa dare a tutti le stesse possibilità di partenza, affinché non diventino avvocati solo i figli degli avvocati e imprenditori solo i figli degli imprenditori. Essere di sinistra significa essere per uno stato sociale efficiente, le cui risorse vadano alle persone realmente bisognose e non agli apparati di partito. Essere di sinistra significa riconoscere il diritto ad ogni individuo di esprimere le proprie convinzioni politiche, religiose e sessuali, condannando qualsiasi tipo di discriminazione ideologica. Essere di sinistra significa rispettare la legalità, nell'interesse di tutti gli individui della società.

Ma la sinistra in Italia, questa sinistra di cui parlo, negli ultimi anni non si è proprio vista, nonostante il nostro paese abbia dato i natali ad uno dei primi grandi intellettuali europei della sinistra liberale, Carlo Rosselli (classe 1899, morto trucidato dai fascisti alla tenera età di 37 anni). Dal dopoguerra in poi, la parola "sinistra" è stata monopolizzata dai comunisti, cioè dai rivoluzionari, quelli che credevano di raggiungere una società migliore attraverso la lotta di classe, quelli per cui essere nati ricchi era una colpa imperdonabile, quelli che si sentivano così nel giusto da fuggire ogni tipo di contaminazione intellettuale, quelli che credevano che Marx avesse capito una volta per tutte come funziona il mondo. La corrente "migliorista" del PCI (cioè i riformisti) è sempre stata minoritaria, erano considerati i "deboli", quelli che si facevano facilmente contaminare dalla società capitalistica, quelli che disorientavano (e disonoravano) il popolo, gli "eretici".

Una volta che Tangentopoli ha definitivamente sotterrato la cultura socialista riformista e liberale in Italia, i post-comunisti hanno avuto libero tutto il campo della sinistra, nonostante il crollo del comunismo. Ovvero, un partito che dopo la caduta del muro di Berlino non aveva più alcun senso di esistere, si è trovato ad essere l'unico partito della sinistra. E allora ecco che questi gerarchi di partito cresciuti a pane e comunismo si sono improvvisati "riformisti" o addirittura "liberali", con i risultati penosi che finora abbiamo visto. Non si può cavare il sangue da una rapa, diceva sempre mio nonno.

E adesso ci troviamo con la sinistra più culturalmente incapace d'Europa. Pure la sinistra spagnola, che fino a 30 anni fa era bandita da Francisco Franco, ha dimostrato maggiore spessore politico. La situazione si aggrava ulteriormente con la scelta da parte del nuovo prodotto post-comunista (il Partito Democratico) di abbandonare il PSE, il Partito del Socialismo Europeo, vero e proprio laboratorio politico d'Europa, dove si studiano le società europee e si elaborano politiche sociali innovative, il partito di Blair, di Zapatero, di Schroeder, delle socialdemocrazie scandinave.

I post-comunisti hanno perso prima l'ideologia, poi la ragione.
Adesso gli rimane solo il potere e le poltrone.


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