28.07.2005
Illuminante articolo di Filippo La Porta sul Corriere della Sera. Non capita spesso di leggere punti di vista così lucidi ed interessanti, soprattutto riguardo ad un tema complesso come il relativismo.
Oggi, di fronte all'offensiva clericale, il pensiero laico si impegna, con
qualche affanno, a ridefinire la propria identità. Non vorrei sembrare
irrispettoso, ma siamo sicuri che dovrà farlo soprattutto attraverso la
filosofia? "Di nessuna chiesa" di Giulio Giorello è un affilato pamphlet a
favore della società aperta e contro i suoi nemici. Ha il pregio della
chiarezza e sottolinea come la scienza non implichi alcuna hybris, e anzi si
generi dall'idea che l'uomo è un essere fallibile. Eppure vorrei muovergli
una obiezione, non su questo o quell'aspetto dell'argomentazione, ma su una
questione preliminare, che mi limito a porre problematicamente. Forse la
ricchezza della cultura laica oggi sta un po' stretta dentro le maglie del
discorso filosofico.
Non discuto la serietà di un pensatore come Giorello. Dico solo che un
filosofo non può che ripetere all'infinito lo stesso ritornello: e cioè che
la modernità è pluralista, fallibilista e tollerante. Tutte queste cose
nobilissime, tradotte in concetti e quasi disincarnate, assomigliano a uno
stanco e cerimonioso catechismo laico. Il suo messaggio, per quanto
condivisibile, risulta fatalmente arido. Del tutto privo di ogni
drammaticità umana, e perciò ineffettuabile, incapace di riscaldare i cuori.
Né ci aiuta a capire una distinzione decisiva: il relativismo significa NON
equivalenza di tutti i valori, MA rinuncia a imporre ad altri i propri
[n.d.Daniele, una delle frasi più incisive e sensate che abbia letto
riguardo al relativismo].
Prendiamo invece il romanzo, il genere letterario dialogico nel quale la
modernità ha voluto rispecchiarsi. Qui il conflitto tra visioni del mondo
diverse, non approda alla conclusione che tutte si equiparano! Soltanto ci
mostra mirabilmente, all'interno di singoli destini, il nesso tra visioni
del mondo e stili di vita. Relativismo e fallibilismo 'si umanizzano',
diventando qualcosa di concreto e vivo. In una narrazione romanzesca accade
che qualcuno assuma una certa visione della vita e agisca di conseguenza.
Poi la realtà lo bastona e così lui impara dai propri errori e
dall'esperienza. Ma è altresì evidente che, finché la sua visione regge, lui
la consideri 'assoluta' e capace di 'salvarlo'. (il compito della politica è
proprio quello di permettere a ciascuno di vivere liberamente il proprio
assoluto) [n.d.Daniele, sono commosso da tanta lucidità].
Nei "Fratelli Karamazov" Aliosha si chiede se esista una scienza chiamata
'etica'. E conclude di no. Ma non diventa perciò nichilista. La vera
risposta al suo interrogativo è il romanzo stesso di Dostoevskij. Dove si
mostra come in Ivan Karamazov l'equivalenza relativistica dei valori conduce
all'indifferenza e al delitto; mentre 'scommettere' la propria vita su una
idea può donarci un mondo più ricco. E' il romanzo la grande invenzione
moderna dell'Occidente, poi esportato e ovunque riadattato (e oggi
sottoposto a vari innesti).
Ora, anche i critici letterari hanno le loro deformazioni professionali. E
poi è sempre bene che qualche filosofo ogni tanto ricordi i principi a cui
ispirarsi. Però mi piacerebbe che la laicità venisse rappresentata proprio
dal romanzo. Ovvero dall'idea che ci sono innumerevoli modi per l'individuo
di cercare una verità per lui decisiva, anche passando attraverso fedi
indimostrabili, e che ciascuno deve trovarla da solo, senza la guida di una
'chiesa', e spesso entrando in conflitto con la società. Per questo il
romanzo fu proibito dall'Inquisizione e "Versetti satanici" è costato al suo
autore la condanna a morte decretata dall'ayatollah Khomeini.
[dal Corriere della Sera, martedì 26 luglio 2005, sezione Cultura, pag.29]
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Illuminante articolo di Filippo La Porta sul Corriere della Sera. Non capita spesso di leggere punti di vista così lucidi ed interessanti, soprattutto riguardo ad un tema complesso come il relativismo.
Oggi, di fronte all'offensiva clericale, il pensiero laico si impegna, con
qualche affanno, a ridefinire la propria identità. Non vorrei sembrare
irrispettoso, ma siamo sicuri che dovrà farlo soprattutto attraverso la
filosofia? "Di nessuna chiesa" di Giulio Giorello è un affilato pamphlet a
favore della società aperta e contro i suoi nemici. Ha il pregio della
chiarezza e sottolinea come la scienza non implichi alcuna hybris, e anzi si
generi dall'idea che l'uomo è un essere fallibile. Eppure vorrei muovergli
una obiezione, non su questo o quell'aspetto dell'argomentazione, ma su una
questione preliminare, che mi limito a porre problematicamente. Forse la
ricchezza della cultura laica oggi sta un po' stretta dentro le maglie del
discorso filosofico.
Non discuto la serietà di un pensatore come Giorello. Dico solo che un
filosofo non può che ripetere all'infinito lo stesso ritornello: e cioè che
la modernità è pluralista, fallibilista e tollerante. Tutte queste cose
nobilissime, tradotte in concetti e quasi disincarnate, assomigliano a uno
stanco e cerimonioso catechismo laico. Il suo messaggio, per quanto
condivisibile, risulta fatalmente arido. Del tutto privo di ogni
drammaticità umana, e perciò ineffettuabile, incapace di riscaldare i cuori.
Né ci aiuta a capire una distinzione decisiva: il relativismo significa NON
equivalenza di tutti i valori, MA rinuncia a imporre ad altri i propri
[n.d.Daniele, una delle frasi più incisive e sensate che abbia letto
riguardo al relativismo].
Prendiamo invece il romanzo, il genere letterario dialogico nel quale la
modernità ha voluto rispecchiarsi. Qui il conflitto tra visioni del mondo
diverse, non approda alla conclusione che tutte si equiparano! Soltanto ci
mostra mirabilmente, all'interno di singoli destini, il nesso tra visioni
del mondo e stili di vita. Relativismo e fallibilismo 'si umanizzano',
diventando qualcosa di concreto e vivo. In una narrazione romanzesca accade
che qualcuno assuma una certa visione della vita e agisca di conseguenza.
Poi la realtà lo bastona e così lui impara dai propri errori e
dall'esperienza. Ma è altresì evidente che, finché la sua visione regge, lui
la consideri 'assoluta' e capace di 'salvarlo'. (il compito della politica è
proprio quello di permettere a ciascuno di vivere liberamente il proprio
assoluto) [n.d.Daniele, sono commosso da tanta lucidità].
Nei "Fratelli Karamazov" Aliosha si chiede se esista una scienza chiamata
'etica'. E conclude di no. Ma non diventa perciò nichilista. La vera
risposta al suo interrogativo è il romanzo stesso di Dostoevskij. Dove si
mostra come in Ivan Karamazov l'equivalenza relativistica dei valori conduce
all'indifferenza e al delitto; mentre 'scommettere' la propria vita su una
idea può donarci un mondo più ricco. E' il romanzo la grande invenzione
moderna dell'Occidente, poi esportato e ovunque riadattato (e oggi
sottoposto a vari innesti).
Ora, anche i critici letterari hanno le loro deformazioni professionali. E
poi è sempre bene che qualche filosofo ogni tanto ricordi i principi a cui
ispirarsi. Però mi piacerebbe che la laicità venisse rappresentata proprio
dal romanzo. Ovvero dall'idea che ci sono innumerevoli modi per l'individuo
di cercare una verità per lui decisiva, anche passando attraverso fedi
indimostrabili, e che ciascuno deve trovarla da solo, senza la guida di una
'chiesa', e spesso entrando in conflitto con la società. Per questo il
romanzo fu proibito dall'Inquisizione e "Versetti satanici" è costato al suo
autore la condanna a morte decretata dall'ayatollah Khomeini.
[dal Corriere della Sera, martedì 26 luglio 2005, sezione Cultura, pag.29]
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