RSS feed Questo è uno spazio dove annoto articoli o scritti di vario genere che ritengo particolarmente interessanti:

20.01.2009 A Praga per Jan Palach
20.12.2008 Facebook soppianta il "modello Google"
03.12.2008 Politica delle clientele VS Politica della trasparenza
29.11.2008 Le due normalità
23.03.2008 Siete voi cristiani?
27.11.2007 Sulla Modernità
16.10.2007 La (mia) idea di sinistra
06.10.2007 30 anni, paura
09.08.2007 Invèntatelo, un ruolo tuo
20.04.2007 Il Partito Democratico e la nuova sinistra italiana
24.01.2007 Tenerezza, sessualità ed amore
17.10.2006 Il sogno di Brecht
23.07.2006 Liberalismo e tolleranza
25.05.2006 Libertà individuale e stato sociale
11.04.2006 L'Italia del NON domani
25.01.2006 Dalla democrazia alla comunicrazia
02.11.2005 Ricordando Pasolini
28.07.2005 Relativismo e romanzo
16.06.2004 I bambini snaturati dall'ideologia adulta
04.09.2001 Lettera a Piero Fassino



20.01.2009
A Praga per Jan Palach

LE RAGIONI DI UN VIAGGIO

Sono tornato ieri da Praga, dove sono stato a commemorare i 40 anni dall'estremo gesto di Jan Palach, lo studente ceco che si dette fuoco in Piazza San Vinceslao per richiamare l'attenzione sui valori della libertà, all'indomani della repressione della Primavera di Praga da parte dei sovietici.

Ero andato a Praga raccogliendo l'invito di Franco D'Alfonso, un appassionato intellettuale del Partito Socialista, che insieme a Pia Locatelli ed ad alcune associazioni del nord-ovest, avevano ritenuto importante la presenza di una delegazione italiana del Partito Socialista, l'unico partito della sinistra italiana che quarant'anni fa aveva sostenuto la Primavera di Praga.

Ho deciso di andarci non tanto in nome del Partito Socialista (i cui esiti del congresso dello scorso luglio mi hanno profondamente deluso), ma come atto di riconoscimento dei valori del socialismo liberale (in Italia purtroppo sostenuti apertamente soltanto dal minuscolo Partito Socialista), che sono esattamente quelli che hanno ispirato la Primavera di Praga.

Appena ho saputo di questa iniziativa, non ho avuto alcun dubbio. Dovevo esserci. Mi ha subito affascinato la possibilità di incontrare persone che tenessero in così tanta considerazione quel gesto, che rappresenta uno degli atti più eroici nella storia dell'uomo per l'affermazione dei principi di libertà.


IL PARTITO SOCIALDEMOCRATICO CECO

A Praga abbiamo incontrato gli esponenti del Partito Socialdemocratico ceco, il più vecchio partito della Repubblica Ceca (ma abolito, come tutti gli altri partiti, durante il regime sovietico), che oggi può contare su oltre il 30% di voti, in aperta contrapposizione al Partito Comunista ceco che ha un elettorato intorno al 15%.

Il grande sforzo del Partito Socialdemocratico ceco negli ultimi venti anni è stato quello di dimostrare che l'alternativa al comunismo non fosse il capitalismo selvaggio ed ultra liberista (sostenuto dai partiti di destra), ma che fosse possibile sviluppare una politica sociale improntata sui valori della libertà. Ovviamente, dopo il crollo dl regime comunista, la sete di capitalismo della popolazione ceca era così forte che le politiche socialdemocratiche non potevano avere nessun appeal. E difatti alle prime elezioni il Partito Socialdemocratico ceco prese poco più del 4%. Poi con il passare degli anni, tramontata l'illusione del capitalismo estremo, il supporto della popolazione è via via aumentato, fino ad arrivare all'oltre 30% di oggi.


IL SENSO DEL SOCIALISMO LIBERALE

Uno degli aspetti più interessanti di tutto il viaggio è stato il confronto sui valori, quei valori che mi avevano portato fino a Praga. Quei valori su cui in Italia la sinistra post-comunista non ha mai aperto un serio dibattito, per il rischio di palesare le enormi contraddizioni che la agitano da quando è crollato il muro di Berlino, e per non riconoscere che a sinistra ci sono stati valori che hanno vinto (quelli del socialismo liberale) e valori che hanno perso (quelli del socialismo marxista-collettivista). Il dramma di Tangentopoli non è stato certo il crollo del Craxismo (le cui logiche del potere non mi sento assolutamente di difendere), ma l'oblìo a cui sono stati condannati i valori del socialismo liberale, tra i pochissimi pensieri del '900 che possono dimostrare tuttora la propria validità, ed ai quali si ispirano tutte le socialdemocrazie europee.

Sui valori del socialismo liberale ci siamo confrontati con i giovani del partito socialdemocratico ceco, in particolare con Antonìn, uno studente universitario molto colto, con una speciale ammirazione per il nostro Sandro Pertini e la sua visione di libertà e giustizia sociale.

Uno scambio che ho trovato particolarmente stimolante è stato quello sul concetto di *uguaglianza*, che in Repubblica Ceca è un termine indiscutibilmente comunista, al quale la socialdemocrazia ceca preferisce contrapporre quello di *pari opportunità*, riconoscendo in questo modo il valore della libertà individuale e la funzione dello stato di mettere gli individui nelle stesse condizioni di partenza, al contrario dell'uguaglianza, che nega necessariamente la libertà individuale.

Ad Antonìn, che si è dimostrato particolarmente interessato alla ricerca intellettuale sul socialismo liberale, abbiamo promesso che invieremo dei libri di Carlo Rosselli, il fiore all'occhiello del socialismo liberale italiano.

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20.12.2008
Facebook soppianta il "modello Google"

Ma voi ci avete mai fatto caso a questa pagina su Facebook?

http://www.facebook.com/events.php?ref=sb#/events.php?friends=1

Io credo che sia veramente rivoluzionaria.

Formalmente, è semplicemente la pagina con la lista di tutti gli eventi a cui andranno i tuoi amici nei prossimi giorni.

All'atto pratico, sostituisce qualsiasi agenda/rubrica di spettacoli/eventi di qualsiasi sito web / quotidiano / radio / televisione, perchè è calibrata sui gusti dei tuoi amici/conoscenti, ovvero delle persone con cui condividi maggior cose. Ed inoltre, per ogni evento ti informa su quali dei tuoi amici ci vanno, quindi puoi decidere dove andare anche in base agli amici che hai voglia di rivedere.

Non ho alcun dubbio nel ritenere che Facebook sia l'invenzione più utile a livello di informazione/comunicazione di sempre.

Facebook sta letteralmente soppiantando il "modello Google" (inteso come motore di ricerca contenuti), perchè l'informazione non devi più andare a cercartela nella giungla della rete, ma arriva da te già filtrata in base agli interessi delle persone che conosci/frequenti, e quindi anche tuoi.

Facebook sta definendo un modello di comunicazione destinato a durare per molti anni, almeno quanto quelli dell' appena-soppiantato "modello Google".

L'unico rischio nell'utilizzo di Facebook è quello di "concedere" l'amicizia a troppe persone che non frequenti o che non ti interessa frequentare.

Il consiglio è quindi quello di "sganciarle" appena ci si accorge che non si ha niente o troppo poco in comune.

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03.12.2008
Politica delle clientele VS Politica della trasparenza

Io credo che a Prato sia arrivato il momento giusto.
Il momento giusto per ribaltare gli assi cartesiani del sistema.

Ovvero, non più un sistema definito lungo l'arco destra-centro-sinistra-estremasinistra, ma una polarizzazione tra chi crede nella politica delle clientele e chi crede nella politica della trasparenza.

I quali sono due modi di fare politica completamente differenti, che chiunque sia interessato al cambiamento dovrebbe comprendere, in modo chiaro ed inequivocabile. Perché qualora questa differenziazione non fosse chiarissima, ci accorgeremmo ben presto che tutte le generose energie finora spese non saranno servite a niente.

Io credo che l'obiettivo che il nascente polo civico dovrebbe porsi è proprio quello di definire questi nuovi assi cartesiani. Non in modo populistico/confusionario, ma in modo concreto. Un manifesto con 4-5 punti estremamente chiari e comprensibili. Che potrebbero essere appunto, 1) la trasparenza nelle decisioni, 2) il valore delle competenze, 3) l'assunzione delle responsabilità, 4) la partecipazione della cittadinanza, 5) il rispetto delle regole

Una semplice elencazione già ci fa pensare a come (e perchè) nessuno di questi 5 punti appartenga alla politica attuale.

Dietro questo manifesto possiamo raccogliere tutte quelle forze civiche distinte e con una propria identità, che lavorano genuinamente per il cambiamento, svestite delle simbologie e delle sigle dei partiti nazionali.

E' mia convinzione che i “vestiti” nazionali siano inutilmente un ostacolo per il dialogo, e soprattutto che per la situazione della città di Prato quei vestiti non vogliano dire assolutamente niente. In questo momento storico, un progetto politico locale che cerca riparo sotto le simbologie partitiche nazionali è un progetto che non si sente capace di esprimere sostanza, e per tal difetto è disposto a vendere parte della propria indipendenza ad un sistema gerarchico nazionale che di Prato niente capisce.

Sono inoltre convinto che qualora si riescano ad affermare quei 5 principi che elencavo sopra, il dialogo tra sensibilità sociopolitiche diverse non solo sia possibile, ma assolutamente fondamentale per comprendere appieno la complessità della città ed elaborare ricette alternative.

Il dibattito fa paura ad un sistema clientelare. Non può far paura a cittadini liberi che si impegnano seriamente per il cambiamento.

"Quanto più solida e radicata è, quella fede che non teme la critica e il lavoro di erosione degli avversari, che anzi lo desidera, e che nel bagno diuturno nella realtà trova sempre nuove ragioni per affermarsi". (Carlo Rosselli, 1923)

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29.11.2008
Le due normalità

Io credo che esistano due normalità.

Una è la normalità dove nessuno più si stupisce se un Ente Locale è un organo di mantenimento e perpetuazione del potere attraverso la cura delle clientele, utilizzando opportunamente la spesa pubblica. Dove si ritiene normale che se comanda la sinistra, la viabilità della città sia in funzione dell'accesso ai supermercati Coop. Dove si ritiene normale che se hai un lavoro a tempo determinato nel pubblico è meglio che non dici mai niente contro il partito che governa, che poi non ti rinnovano il contratto. Dove si ritiene normale che per avere un impiego pubblico non è necessario essere competente, ma è sufficiente portare un malloppo di voti.

L'altra normalità invece è quella dove le persone credono nel valore della correttezza. Dove le persone hanno fiducia nella dinamiche della democrazia. Dove le persone sono convinte che il merito alla fine viene premiato. Dove le persone credono nella libertà di parola. Dove le persone sperimentano che è possibile amministrare qualsiasi attività con trasparenza.

Ecco, io credo che il PD pratese vincerà le prossime elezioni solo nel caso riuscirà a far passare per buono il primo tipo di normalità.

Se invece pian pian le persone si rendono conto che il secondo tipo di normalità è possibile, per il PD pratese non c'è speranza.

Io metterò tutto il mio impegno per cercare di convincere la gente che mi circonda che il secondo tipo di normalità è possibile. Basta crederci. E soprattutto volerlo.


Daniele

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23.03.2008
Siete voi cristiani?

Ho appena scoperto una interessante riflessione risalente al 24 dicembre 1897, ovvero oltre 110 anni fa(!!), scritta da Camillo Prampolini, uno dei fondatori del Partito Socialista, che si interroga sul significato del cristianesimo. Ne riporto un passaggio significativo.

==


Siete voi cristiani?

Ancora una volta voi avete festeggiata nelle vostre case e nella vostra
chiesa la nascita di Gesù Cristo. Ma interrogate la vostra coscienza: siete
ben sicuri di meritare il nome di cristiani? siete ben sicuri di seguire i
principi santi predicati da Cristo e pei quali egli morì?
Badate! Voi vi dite cristiani, perché recitate le preghiere che
v'insegnarono i vostri parenti; perché andate alla messa e alla benedizione;
perché infine vi confessate, vi comunicate e osservate tutte le altre
pratiche del culto cattolico.
Ma credete voi che questo basti per chiamarsi cristiani?
Non potete crederlo, perché diversamente - se si dovesse ammettere che il
cristianesimo consiste nelle sole pratiche dei culto cattolico - si dovrebbe
arrivare alla strana, assurda, ridicola conclusione che i primi e più devoti
seguaci di Cristo e lo stesso Cristo in persona ... non furono cristiani!


I primi cristiani - come furono perseguitati

Voi sapete, infatti, che mille e tanti anni fa, quando Cristo cominciò a
predicare la sua fede, non c'erano nè curati nè parroci nè vescovi nè
cardinali nè papi e neppure « chiese » nel senso che voi date a questa
parola. Gesù - il figlio del povero falegname di Nazareth - andava per le
vie e per le piazze a spiegare le sue dottrine.
Voi sapete che egli era quasi solo contro tutti; che lo seguivano soltanto
gli umili popolani; dei pescatori, degli artigiani, delle povere donne e dei
ragazzi; che i ricchi e i sacerdoti dei suo paese, i farisei e gli scribi lo
derisero dapprima come un matto: e poi, quando videro che le sue idee si
facevano strada, lo fecero arrestare come un perturbatore dell'ordine, come
nemico della società e della religione: e - stoltamente iniqui, credendo di
seppellire con lui il suo pensiero - lo trassero a morte, condannandolo al
crudele e infame supplizio della croce.
Voi sapete che per trecento anni i suoi seguaci continuarono ad essere
vittime delle più feroci persecuzioni : considerati quali malfattori; odiati
nei primi tempi anche dal popolo, che in generale era ancora troppo
ignorante, superstizioso ed incivile per comprendere il loro ideale;
lapidati, dati in pasto alle fiere, uccisi a migliaia, essi dovevano
nascondere la loro fede quasi fosse un delitto; e per trovarsi insieme
qualche ora tra fratelli, lontani dai nemici, a parlare delle loro dolci
speranze, dovevano cercar rifugio sotto terra, nel silenzio solenne delle
catacombe.
Voi sapete, che finalmente, dopo tre secoli di lotta, al tempo
dell'imperatore Costantino - quando il loro numero fu cresciuto al punto che
ormai quasi tutto il popolo era con loro, e i potenti si accorsero che le
persecuzioni erano inutili - le persecuzioni cessarono.
E allora anche i ricchi, anche i re e gli imperatori e tutti vollero dirsi
cristiani. E Cristo fu adorato come Dio.


Gesù Cristo e le preghiere

Sorsero allora le prime « chiese », apparvero-allora i primi preti, i quali
poi andarono via via moltiplicandosi e introdussero fra i cristiani l'uso
della messa, della benedizione, della confessione e di tutte le altre
cerimonie cattoliche.
Ma Gesù e i suoi primi e grandi discepoli non praticarono nessuno di questi
usi. Anzi - sta scritto nel Vangelo - Gesù chiamava ipocriti quei tali che
al suo tempo « amavano di fare orazione, stando ritti in piè - com'egli
diceva - nelle sinagoghe e nè canti delle piazze, per essere veduti dagli
uomini ». E diceva apertamente che la sola cerimonia religiosa, la sola
preghiera che doveva farsi era il Pater noster, che ognuno doveva recitare
quietamente nella propria stanza.
Ora vorrete voi dire, amici miei, che Gesù Cristo non era cristiano?!
vorrete voi dire che non erano cristiani quei generosi popolani, padri
vostri, che con lui sfidando le persecuzioni e il martirio, furono i veri
fondatori del cristianesimo?
Voi non direte certamente una simile assurdità.


Il "Regno di Dio"

Ma allora, perché furono cristiani quegli uomini, che pur non andavano a
messa e non conobbero preti nè chiese?
In che consiste dunque veramente la dottrina di Cristo? Quali erano i
principi che egli predicava e che suscitarono tanto rumore e tanta guerra
intorno a lui e ai suoi seguaci?
Eccoli qui i principi essenziali del cristianesimo, i principi che bisogna
seguire se si vuol davvero essere cristiani. Gesù era profondamente convinto
che gli uomini erano tutti figli di uno stesso padre celeste: Dio; e Dio
egli lo concepiva come un essere infinitamente giusto e buono. Ora come
mai - egli si domandava - come mai esistevano nel mondo tante ingiustizie?
Come mai gli uomini erano divisi in ricchi e poveri, in padroni e schiavi?
Come mai vi erano gli Epuloni viventi nel lusso e i Lazari tormentati dalla
più crudele miseria? Era possibile che Dio - il padre infinitamente giusto e
buono - volesse queste inique disuguaglianze tra i figli suoi?
No. Evidentemente queste disuguaglianze derivano solo dall'ignoranza e dalla
malvagità degli uomini. Dio non poteva volerle. Certamente, Dio le
condannava. Certamente, Dio voleva che gli uomini vivessero come fratelli -
distribuendosi in pace e giustizia la ricchezza comune - e non già vivessero
come lupi in guerra l'uno contro l'altro, godendo gli uni della miseria
degli altri. Ebbene - diceva Gesù ai suoi compagni - noi dobbiamo dunque far
guerra a questo doloroso e brutto regno dell'ingiustizia in cui siamo nati;
noi dobbiamo volere, fortemente volere il « regno di Dio », - cioè il regno
della giustizia, dell'uguaglianza, della fratellanza umana; noi dobbiamo
persuadere i nostri fratelli che esso è possibile e non è un sogno. Dobbiamo
trasfondere in loro la nostra fede, e il « regno di Dio » si avvererà ...
Questo era il pensiero e questa fu la predicazione di Cristo. Un odio
profondo per tutte le ingiustizie per tutte le iniquità; un desiderio
ardente di uguaglianza, di fratellanza, di pace e di benessere fra gli
uomini; un bisogno irresistibile di lottare, di combattere, per realizzare
questo desiderio: ecco l'anima, l'essenza, la parte vera, santa ed immortale
del cristianesimo ...


Siete cristiani?

Ed ora ditemi : siete voi cristiani? lo sentite voi questo benefico odio pel
male? Lo sentite voi questo divino desiderio del bene? Voi che cosa fate per
combattere il male? che cosa fate per realizzare il bene'?
Perché - badate, amici miei - voi potete andare in chiesa ogni giorno; voi
potete ogni giorno confessarvi e comunicarvi; voi potete recitare quante
preghiere volete; ma se assistete indifferenti alle miserie e alle
ingiustizie che vi circondano, se nulla fate perché esse debbano scomparire,
voi non avete nulla di comune con Cristo e i suoi seguaci, voi non avete
capito nulla delle loro dottrine, voi non avete il diritto di chiamarvi
cristiani.
Ebbene in quel giorno di Natale, mentre voi festeggiate la nascita del
Nazareno, siate cristiani, ma siatelo nel vero ed alto senso della parola!


Cristo non fu ascoltato

Il « regno di Dio » voluto da Gesù non fu ancora attuato. Passati i pericoli
dei primi anni del cristianesimo, molti vollero dirsi cristiani, ma QUASI
NESSUNO si ricordò dei principi veri di Cristo.
Ed ora - voi lo vedete - le disuguaglianze e le miserie che egli ha
combattute sono più vive che mai.


[Camillo Prampolini, pubblicato su "La Giustizia" il 24 Dicembre 1897]
testo integrale => http://www.camilloprampolini.it/allegati/testopredicapramp.pdf

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27.11.2007
Sulla Modernità

La nostra generazione sta vivendo delle situazioni completamente diverse
rispetto alla generazione passata. Ci è stata tramandata una certa idea di
società, di famiglia, di lavoro, che inevitabilmente va a cozzare con il
presente. C'è dentro ognuno di noi la tentazione alla conservazione, a
rifarsi a quei modelli che conosciamo già e che ci danno quel senso di
sicurezza di cui la nostra indifesa generazione è alla ricerca. Ma non c'è
niente di più sbagliato che affrontare il presente con gli strumenti del
passato. Dobbiamo metterci bene in testa, marchiato a fuoco, che la nostra
società sarà necessariamente diversa da quella dei nostri genitori. E prima
lo capiamo e prima riusciremo a migliorarlo, questo presente.

Certo, anch'io mi pongo dei grossi interrogativi. Mi chiedo dove stia
portando questa incapacità di "riprodursi" da parte della nostra
generazione. Dei trentenni e delle trentenni che non hanno figli e nemmeno
hanno la prospettiva di averne a breve. Mi chiedo se non si sia perso il
senso naturale della vita, che è primariamente quello di perpetrare la
specie.

Credo realmente che siamo una generazione di passaggio. Sia ben chiaro, un
passaggio verso una società migliore. Su questo non ho assolutamente dubbi.
Siamo in una fase dove le prospettive umane sono cambiate positivamente.
L'uomo sta diventando sempre più al centro del mondo, e questa è una
situazione che i più valenti intellettuali a partire dal '700 hanno
incessantemente desiderato.

Ma la nostra generazione, in Italia, sta soffrendo questo passaggio molto
più che negli altri paesi europei, principalmente a causa dell'incapacità
della nostra politica di guidare socialmente questi processi di cambiamento.
I partiti in Italia hanno da sempre preferito investire sulla demonizzazione
dell'avversario politico che sulla responsabile elaborazione di un modello
di Italia che rispondesse alle mutanti esigenze della società. E questa
incapacità (o meglio, indifferenza) politica ha impedito ad una intera
generazione di avere gli strumenti economici e sociali per vivere
dignitosamente (senza i sussidi della famiglia) questa fase storica.

Il basso tasso di natalità dell'Italia rispetto all'Europa è un
incontestabile indice della pessima politica degli ultimi governi. Se in
Italia i giovani non fanno figli è principalmente perché non esistono le
condizioni sociali favorevoli. Mentre un altro paese latino, la Spagna, è
stato definito il secondo miglior paese al mondo dove essere bambini.

Vorrei tanto che l'Italia diventasse un paese civile e plurale, dove
gli individui siano messi nelle condizioni di scegliere. Chi vuole sposarsi
ed avere figli, deve poterlo fare. Chi vuole investire nella ricerca
personale e professionale, anche. E' indubbio che questa difficoltà a
mettere in piedi una famiglia stia condizionando la nostra generazione
tutta, allontanando dalla percezione comune il valore della natalità. Che
non è un valore clericale, ma il presupposto stesso della vita. La nostra
generazione si sta disabituando al processo fondante dell'esistere. E questo
non ha niente a che fare con la modernità.

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16.10.2007
La (mia) idea di sinistra

Essere di sinistra significa essere contro i conservatorismi, cioè contro la società incollata ai propri privilegi, incapace di far emergere le migliori risorse umane negli individui. Oggi più che mai, essere di sinistra significa essere per una società giusta, che valorizzi l'individuo attraverso il riconoscimento del merito e del talento. Essere di sinistra significa dare a tutti le stesse possibilità di partenza, affinché non diventino avvocati solo i figli degli avvocati e imprenditori solo i figli degli imprenditori. Essere di sinistra significa essere per uno stato sociale efficiente, le cui risorse vadano alle persone realmente bisognose e non agli apparati di partito. Essere di sinistra significa riconoscere il diritto ad ogni individuo di esprimere le proprie convinzioni politiche, religiose e sessuali, condannando qualsiasi tipo di discriminazione ideologica. Essere di sinistra significa rispettare la legalità, nell'interesse di tutti gli individui della società.

Ma la sinistra in Italia, questa sinistra di cui parlo, negli ultimi anni non si è proprio vista, nonostante il nostro paese abbia dato i natali ad uno dei primi grandi intellettuali europei della sinistra liberale, Carlo Rosselli (classe 1899, morto trucidato dai fascisti alla tenera età di 37 anni). Dal dopoguerra in poi, la parola "sinistra" è stata monopolizzata dai comunisti, cioè dai rivoluzionari, quelli che credevano di raggiungere una società migliore attraverso la lotta di classe, quelli per cui essere nati ricchi era una colpa imperdonabile, quelli che si sentivano così nel giusto da fuggire ogni tipo di contaminazione intellettuale, quelli che credevano che Marx avesse capito una volta per tutte come funziona il mondo. La corrente "migliorista" del PCI (cioè i riformisti) è sempre stata minoritaria, erano considerati i "deboli", quelli che si facevano facilmente contaminare dalla società capitalistica, quelli che disorientavano (e disonoravano) il popolo, gli "eretici".

Una volta che Tangentopoli ha definitivamente sotterrato la cultura socialista riformista e liberale in Italia, i post-comunisti hanno avuto libero tutto il campo della sinistra, nonostante il crollo del comunismo. Ovvero, un partito che dopo la caduta del muro di Berlino non aveva più alcun senso di esistere, si è trovato ad essere l'unico partito della sinistra. E allora ecco che questi gerarchi di partito cresciuti a pane e comunismo si sono improvvisati "riformisti" o addirittura "liberali", con i risultati penosi che finora abbiamo visto. Non si può cavare il sangue da una rapa, diceva sempre mio nonno.

E adesso ci troviamo con la sinistra più culturalmente incapace d'Europa. Pure la sinistra spagnola, che fino a 30 anni fa era bandita da Francisco Franco, ha dimostrato maggiore spessore politico. La situazione si aggrava ulteriormente con la scelta da parte del nuovo prodotto post-comunista (il Partito Democratico) di abbandonare il PSE, il Partito del Socialismo Europeo, vero e proprio laboratorio politico d'Europa, dove si studiano le società europee e si elaborano politiche sociali innovative, il partito di Blair, di Zapatero, di Schroeder, delle socialdemocrazie scandinave.

I post-comunisti hanno perso prima l'ideologia, poi la ragione.
Adesso gli rimane solo il potere e le poltrone.

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06.10.2007
30 anni, paura

Da oggi sono ufficialmente nel regno dei trentenni!

Nel regno dei divorziati, dei falliti, di quelli che c'hanno l'amante, di quelli che votano il Partito Democratico, di quelli che cercano il posto fisso, di quelli che vanno a puttane.

Daniele resisterà, o almeno cerca.

"c'è voluto del talento per invecchiare senza diventare adulti" (F. Battiato)

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09.08.2007
Invèntatelo, un ruolo tuo

L'anno scorso avevo visto una vecchia intervista televisiva (del 1987) a
Tiziano Terzani, che mi aveva molto colpito. Parlava di come in Italia
nessuno gli avesse offerto un lavoro da corrispondente in Asia ("mica ce n'è
bisogno, c'abbiamo le agenzie" gli dicevano le redazioni dei giornali) e di
come alla fine il mestiere se lo sia inventato da solo, continuando a credere
unicamente nella sua passione.

Oggi, ho ritrovato quell'intervista, di cui segnalo questo significativo
passaggio:

"C'è una cosa fondamentale, a cui credo fortemente. Bisogna uscire dagli
schemi soliti con cui si è abituati a concepire il mondo adulto, e lo vedo
avendo dei figli. L'unica lezione che io do a loro è questa: non cercarti un
posto in queste gabbiette di piccione che sono già lì pronte, il banchiere,
l'avvocato, il medico, il funzionario delle poste. Invèntatelo un ruolo tuo,
cèrcatelo, fattelo. Non c'è la buca in cui puoi mettere la testa? Fattene
un'altra da un'altra parte.
"

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20.04.2007
Il Partito Democratico e la nuova sinistra italiana

Il Partito Democratico non mi rappresenta e non lo voterò, però la sua nascita ha dei risvolti molto positivi. Cerco di identificarne alcuni:

1) Il definitivo distacco dall'ideologia e dal massimalismo identitario di
sinistra

Non una cosa così scontata, viste le forti correnti massimaliste che hanno sempre agitato i DS. Un processo iniziato 15 anni fa, che finalmente vede un punto di arrivo. L'opportunità di fare politica senza seguire schemi ideologici, ma focalizzandosi sulle necessità reali del paese. In teoria una situazione più che positiva, in pratica ormai nella sinistra maggioritaria alle ideologie del passato sono subentrati gli interessi corporativi e dei grossi gruppi finanziari, quindi la maggior parte delle reali necessità del paese continueranno ad essere disattese.

2) Un potenziale annacquamento del clericalismo di sinistra
Questa è la scommessa di Fassino (il suo punto più convincente, a mio parere), che vede nel Partito Democratico la possibilità di attenuare la dipendenza della Margherita dalle posizioni clericali. Fassino dice che la netta distinzione tra Margherita e DS porta ad un artificioso radicalismo delle posizioni filoclericali da una parte e laiche dall'altra. In questo modo, unificandosi, entrambe le culture hanno maggiore possibilità di conoscersi ed influenzarsi. E' molto probabile. Sono d'accordo.

3) Il confinamento del corporativismo di sinistra in un unico partito
Il Partito Democratico sarà il partito del corporativismo e dell'istituzionalismo di sinistra. I poteri forti di sinistra convergeranno in modo naturale verso questo nuovo partito. CGIL, ARCI, Cooperative, CEI, imprenditori antiberlusconiani, finanza. Il risvolto positivo è che il restante campo della sinistra viene in qualche modo ripulito dalle scorie del potere, e diventerà il luogo ideale per costruire davvero il nuovo. Questa volta dal basso, senza la ruggine del potere tra i coglioni.

4) Il rimescolamento della geografia politica della sinistra italiana
Adesso tutti i leader della sinistra tendono in modo naturale a interrogarsi sulle proprie posizioni e i sui propri valori politici. Una opportunità epocale per la sinistra italiana, che si è sempre distinta per il proprio massimalismo e l'assenza di progettualità. Nasceranno a sinistra nuovi partiti, si formeranno alleanze inedite, si formalizzeranno finalmente nuovi valori di progresso.

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24.01.2007
Tenerezza, sessualità ed amore

Segnalo questa lucidissima analisi di Silvano Agosti, intellettuale e regista, autore di pregevoli film e documentari:

"La tenerezza, la sessualità e l’amore devono stare sempre uniti, esattamente come cuore, polmoni e fegato devono stare nello stesso corpo, altrimenti si tratta di una persona morta o invalidata. Una delle grandi astuzie di questa cultura ostile agli esseri umani consiste nell’aver separato questi tre elementi. E allora la tenerezza senza sessualità ed amore, produce ipocrisia; la sessualità staccata dalla tenerezza e dall’amore produce pornografia; e l’amore isolato dalla tenerezza e dalla sessualità produce misticismo. Ed infatti noi viviamo in una società che si presenta ipocrita, pornografica e mistica. Nota, tra parentesi, che l’ipocrisia, la pornografia e il misticismo sono tre prodotti di gran vendita, cioè rendono."

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17.10.2006
Il sogno di Brecht

Bertolt Brecht auspicava nel 1932 (74 anni fa!!) una radio bidirezionale, che non solo potesse trasmettere, ma anche ricevere. In pratica quello che oggi esiste grazie ad Internet:

"si dovrebbe trasformare la radio da mezzo di distribuzione in mezzo di comunicazione. La radio potrebbe essere per la vita pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non solo di trasmettere, ma anche di ricevere, non solo di isolarlo ma di metterlo in relazione con altri. La radio dovrebbe di conseguenza abbandonare il suo ruolo di fornitrice e far sì che l'ascoltatore diventi fornitore"

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23.07.2006
Liberalismo e tolleranza

Segnalo questo bel passaggio di Karl Popper:

"Il liberale ama la tolleranza e la libertà. Il suo amore per la tolleranza è la necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili. Tuttavia, egli è tollerante con i tolleranti, ma intollerante con gli intolleranti. La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti, la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi."

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25.05.2006
Libertà individuale e stato sociale

Segnalo l'incantevole saggio di Carlo Rosselli, "Liberalismo socialista", datato 1923 (!). Con una attualità impressionante, viene trattato uno dei temi più affascinanti del momento, ovvero se è possibile coniugare la libertà individuale e l'autodeterminazione con lo stato sociale.

Qui sotto una mia sintesi (circa 1/10 del testo originale):

Il liberalismo non è un assieme statico di principi e di norme. Esso è da considerarsi invece in continuo divenire, in via di perpetuo rinnovamento e di perenne superamento delle posizioni già acquisite. Il contenuto concreto del liberalismo muta nel tempo; quel che è fondamentale è lo spirito, la funzione immortale, l'elemento dinamico e progressista insito in esso.

Il metodo liberale non è né borghese, né socialista, né popolare. E' un minimo di civiltà che tutti, per interesse prima personale, e poi umano, si impegnano di rispettare. E' un veicolo che può servire al trasporto di tutte le merci.

Le recenti esperienze, tutte le esperienze di questi ultimi trent'anni hanno condannato senza speranza i primitivi programmi socialisti. Specie il socialismo collettivista, accentratore, il socialismo di Stato, ne è uscito disfatto. Si credette che a espropriazione improvvisamente avvenuta dopo la conquista rivoluzionaria del potere politico, passate tutte le attività allo Stato che sarebbe divenuto il gerente universale ("governo di cose e non più di persone"), tutto sarebbe andato per il meglio. Produzione enormemente aumentata, il lavoro ridotto al minimo e reso gioioso, l'uomo libero alfine dalla schiavitù della materia e degli strumenti del suo lavoro. Eliminate automaticamente le lotte, le guerre col cadere di ogni differenza economica, e trionfatrici, sovrane, la fratellanza, la giustizia, l'amore.

Ormai nessuno crede più in coscienza a codeste favolette, e sopratutto nessuno crede più che un simile programma possa realizzarsi con codesti mezzi. Tutti vedono i pericoli enormi della burocrazia, della incompetenza, della invadenza statale, dello schiacciamento della libertà individuale, della assenza di interesse. Non parliamo poi del problema della felicità...!

Anche per i socialisti le formule semplicistiche, le formule che danno la chiave dell'avvenire e che aprono tutti gli usci han fatto il loro tempo. Non è più possibile avere un programma preciso, preordinato. Solo per grandi linee si può delineare la meta, anzi una meta, una tappa. Occorre adattarsi alle circostanze e tutto a un mondo che dal XIX secolo in qua è in continua vertiginosa trasformazione. Occorre gettar via il vecchio bagaglio dogmatico, che pesa inutilmente sulle spalle e impaccia il cammino, e adeguarsi all'esperienza. Perché solo dall'esperienza liberamente attuata può scaturire l'indicazione per il domani.

Io non credo alla dimostrazione scientifica del socialismo; non credo di possedere la verità assoluta; non intendo inchinare la fronte a dogmi, non mi illudo di avere in tasca la chiave dell'avvenire.

Il dubbio, ecco il dubbio che sorge, ecco il relativismo che compare; ecco la critica che si afferma. In questo dubbio che spinge prepotentemente all'azione, in questo relativismo che induce al rispetto degli avversari e che li considera come sprone, freno e controllo, in questo demone critico che accompagna ed obbliga a non straniarsi dalla realtà ma anzi a rivedere continuamente, alla luce delle nuove esperienze, e teoria e pratica, sta appunto a mio parere lo stato d'animo liberale di un socialista.

Si è detto che il liberale è in fondo uno scettico. Non è vero. E' piuttosto un relativista. Si teme da varie parti che lo stato d'animo liberale conduca ad un indebolimento della teoria e sopratutto a minore fermezza nella fede professata. Ma quanto più solida e radicata è, quella fede che non teme la critica e il lavoro di erosione degli avversari, che anzi lo desidera, e che nel bagno diuturno nella realtà trova sempre nuove ragioni per affermarsi. Ma quanto più forte è, quel partito e quel moto che riconosce il diritto alla vita ai suoi avversari, che anzi quasi direi li desidera, che dichiara di non rinnegare e non rinnega, nel giorno del trionfo, lo spirito di quell'ordinamento liberale che permise ad esso minoranza oppositrice, di crescere e di rafforzarsi, e che a sua volta permetterà l'esistenza e lo sviluppo di altre ideologie e di altri movimenti ancorché contrari!


[Carlo Rosselli, Liberalismo Socialista, 1923]
testo integrale => http://www.erasmo.it/liberale/testi/1252.htm

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11.04.2006
L'Italia del NON domani

Ha vinto l'ignoranza.
Ha vinto la faziosità.
Ha vinto la paura.

Da queste elezioni emerge un dato secco: l'Italia è un paese profondamente
illiberale.

E' l'Italia delle appartenze.
E' l'Italia di Don Camillo e Don Peppone.
E' l'Italia dove è importante essere di una certa parte.

E' l'Italia della Chiesa. E' l'Italia del Partito Comunista Italiano. Siamo
rimasti lì.
E' l'Italia dove tutto è destinato a non cambiare.
E' l'Italia dove "è importante che non vinca l'altro".

E' una Italia vuota.
E' una Italia vecchia.
E' una Italia che mi fa schifo.

E' l'Italia dei pregiudizi.
E' l'Italia dell'incoscienza sociale.
E' l'Italia dell'incapacità a guardare oltre.

E' una Italia incapace di ragionare con la propria testa.
E' una Italia succube delle televisioni, della Chiesa e delle piazze.
E' una Italia di pecoroni.

E' una Italia dove l'unico progetto politico liberale prende il 2,5%.

E' una Italia condannata alla cancrena.
E' una Italia condannata ai dittatori televisivi.
E' una Italia condannata alla ingiustizia sociale.
E' una Italia condannata ai poteri corporativi.
E' una Italia condannata all'immobilismo.
E' una Italia condannata agli inciuci tra Cooperative Rosse e
amministrazioni post-comuniste.

E' una Italia che non mi rappresenta.

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25.01.2006
Dalla democrazia alla comunicrazia

Segnalo questo articolo da Technology Review, rivista bimestrale del Massachusetts Institute of Technology (MIT), dove si teorizza quella che sarà la prossima rivoluzione politica. Il passaggio da democrazia a comunicrazia. Ovvero il passaggio dall'epoca attuale, caratterizzata da uno scisma tra corpo politico e corpo sociale, a una epoca in cui il sistema comunicazionale renderà la politica una pratica più orizzontale e trasparente, dove il cittadino avrà maggiore influenza decisionale e dove i politici corrotti e malversanti avranno vita più difficile.

Vive le Comunicratie!

Ecco una mia sintesi dell'articolo:

[..] Attraverso le reti si supera il modello comunicazionale moderno, ben incarnato nel mezzo televisivo, fondato su una comunicazione generalista (o di massa), unidirezionale, verticale e tendenzialmente passiva per passare a un altro che privilegia le dimensioni personali o micro-comunitarie, orizzontali e attive dell'interazione.[..]

Le reti sostengono processi di scambio e di interrelazione che travalicano la dimensione della rappresentanza e della delega, mentre sollecitano la partecipazione, la discussione e il coinvolgimento diretto delle diverse comunità. L’azione modellante delle forme tecno-culturali digitali, inoltre, delinea un’architettura socio-politica trasparente, in cui non solo e non tanto la comunità e i decisori sono reciprocamente visibili e l’una e gli altri nudi, difficilmente occultabili da filtri e barriere fisiche, sciolti nei flussi immateriali della comunicazione; la fenomenologia della società trasparente, in modo ancora più radicale, consente a ogni persona di scoprire/vedere la propria natura irriducibilmente politica, di di-mostrare a noi stessi l’animale politico che ci abita.[..]

La rete costituisce il paradigma e la forma emblematica di quella che sarà la post-democrazia - la "comunicrazia" nascente (termine che non rinvia più, come "videocrazia" o "mediacrazia", al mero potere strategico, dall'alto, degli apparati dell'industria culturale, bensì è in grado di focalizzare l'attenzione sulle tattiche e dinamiche sprigionate, dal basso, dalle soggettività che abitano l'altra parte dello schermo; che non si lega più all'astrazione del demos ma alla concretezza della communitas): un sistema che non ha più un centro e un confine spaziale predeterminato, ma che si genera transitoriamente a partire dall'attività delle periferie e sulla base delle connessioni, degli attraversamenti e dei molteplici nomadismi esperiti nei territori virtuali e reali. E' la piattaforma che meglio consente la sinergia postmoderna tra il ritorno dell'arcaico e lo sviluppo tecnologico (M. Maffesoli), tra la risorgenza del sensibile e dell'emozionale e le nuove pratiche di intelligenza collettiva (P. Lévy), o meglio, come sostiene De Kerckhove, connettiva. Essa è uno strumento per eccellenza glocale, che tende a sintetizzare, sino a risolvere nella sua trama linguistica, il corto circuito tra i processi di mondializzazione e quelli di localizzazione. In definitiva, contribuisce a compiere il processo secondo cui si slitta dalla figura emblematica del Re a quella del Suddito.[..]


[Vincenzo Susca, Technology Review, Novembre-Dicembre 2005]
testo integrale => http://www.technologyreview.it/index.php?p=article&a=500

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02.11.2005
Ricordando Pasolini

2 Novembre 1975: moriva Pier Paolo Pasolini, uno dei più grandi pensatori
del secolo scorso.

Laicista ed al tempo stesso fermo oppositore della omologazione promossa
dalla nuova "modernità", è stato un attento ed insostituibile osservatore
del passaggio dalla società rurale a quella industriale e del fermento
politico e civile del dopoguerra nel nostro paese.

Non so quanto Pasolini possa avere influito sulla cultura che si è
sviluppata in Italia (probabilmente molto poco), ma sicuramente senza di lui
mancherebbe nel nostro paese uno dei pochi riferimenti di purezza
intellettuale.

"La Chiesa non può che essere reazionaria: la Chiesa non può che essere
dalla parte del Potere; la Chiesa non può che accettare le regole
autoritarie e formali della convivenza; la Chiesa non può che approvare le
società gerarchiche in cui la classe dominante garantisca l'ordine; la
Chiesa non può che detestare ogni forma di pensiero anche timidamente
libero; la Chiesa non può che essere contraria a qualsiasi innovazione
anti-repressiva; la Chiesa non può che agire completamente al di fuori
dell'insegnamento del Vangelo: la Chiesa non può che prendere decisioni
pratiche riferendosi solo formalmente al nome di Dio, e qualche volta magari
dimenticandosi di farlo; la Chiesa non può che imporre verbalmente la
Speranza, perché la sua esperienza dei fatti umani le impedisce di nutrire
alcuna specie di speranza.
"

[Pier Paolo Pasolini, tratto dalla raccolta postuma "Scritti Corsari",
Garzanti, pag. 192]

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28.07.2005
Relativismo e romanzo

Illuminante articolo di Filippo La Porta sul Corriere della Sera. Non capita spesso di leggere punti di vista così lucidi ed interessanti, soprattutto riguardo ad un tema complesso come il relativismo.

Oggi, di fronte all'offensiva clericale, il pensiero laico si impegna, con
qualche affanno, a ridefinire la propria identità. Non vorrei sembrare
irrispettoso, ma siamo sicuri che dovrà farlo soprattutto attraverso la
filosofia? "Di nessuna chiesa" di Giulio Giorello è un affilato pamphlet a
favore della società aperta e contro i suoi nemici. Ha il pregio della
chiarezza e sottolinea come la scienza non implichi alcuna hybris, e anzi si
generi dall'idea che l'uomo è un essere fallibile. Eppure vorrei muovergli
una obiezione, non su questo o quell'aspetto dell'argomentazione, ma su una
questione preliminare, che mi limito a porre problematicamente. Forse la
ricchezza della cultura laica oggi sta un po' stretta dentro le maglie del
discorso filosofico.

Non discuto la serietà di un pensatore come Giorello. Dico solo che un
filosofo non può che ripetere all'infinito lo stesso ritornello: e cioè che
la modernità è pluralista, fallibilista e tollerante. Tutte queste cose
nobilissime, tradotte in concetti e quasi disincarnate, assomigliano a uno
stanco e cerimonioso catechismo laico. Il suo messaggio, per quanto
condivisibile, risulta fatalmente arido. Del tutto privo di ogni
drammaticità umana, e perciò ineffettuabile, incapace di riscaldare i cuori.
Né ci aiuta a capire una distinzione decisiva: il relativismo significa NON
equivalenza di tutti i valori, MA rinuncia a imporre ad altri i propri
[n.d.Daniele, una delle frasi più incisive e sensate che abbia letto
riguardo al relativismo].

Prendiamo invece il romanzo, il genere letterario dialogico nel quale la
modernità ha voluto rispecchiarsi. Qui il conflitto tra visioni del mondo
diverse, non approda alla conclusione che tutte si equiparano! Soltanto ci
mostra mirabilmente, all'interno di singoli destini, il nesso tra visioni
del mondo e stili di vita. Relativismo e fallibilismo 'si umanizzano',
diventando qualcosa di concreto e vivo. In una narrazione romanzesca accade
che qualcuno assuma una certa visione della vita e agisca di conseguenza.
Poi la realtà lo bastona e così lui impara dai propri errori e
dall'esperienza. Ma è altresì evidente che, finché la sua visione regge, lui
la consideri 'assoluta' e capace di 'salvarlo'. (il compito della politica è
proprio quello di permettere a ciascuno di vivere liberamente il proprio
assoluto)
[n.d.Daniele, sono commosso da tanta lucidità].

Nei "Fratelli Karamazov" Aliosha si chiede se esista una scienza chiamata
'etica'. E conclude di no. Ma non diventa perciò nichilista. La vera
risposta al suo interrogativo è il romanzo stesso di Dostoevskij. Dove si
mostra come in Ivan Karamazov l'equivalenza relativistica dei valori conduce
all'indifferenza e al delitto; mentre 'scommettere' la propria vita su una
idea può donarci un mondo più ricco. E' il romanzo la grande invenzione
moderna dell'Occidente, poi esportato e ovunque riadattato (e oggi
sottoposto a vari innesti).

Ora, anche i critici letterari hanno le loro deformazioni professionali. E
poi è sempre bene che qualche filosofo ogni tanto ricordi i principi a cui
ispirarsi. Però mi piacerebbe che la laicità venisse rappresentata proprio
dal romanzo. Ovvero dall'idea che ci sono innumerevoli modi per l'individuo
di cercare una verità per lui decisiva, anche passando attraverso fedi
indimostrabili, e che ciascuno deve trovarla da solo, senza la guida di una
'chiesa', e spesso entrando in conflitto con la società. Per questo il
romanzo fu proibito dall'Inquisizione e "Versetti satanici" è costato al suo
autore la condanna a morte decretata dall'ayatollah Khomeini.


[dal Corriere della Sera, martedì 26 luglio 2005, sezione Cultura, pag.29]

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16.06.2004
I bambini snaturati dall'ideologia adulta

In questo passaggio, Osho (il grande pensatore indiano) centra benissimo l'assurdità dell'ideologia adulta che danneggia i bambini sin dalla tenera età:

"Nessuno è mai stato sfruttato quanto i bambini: non il proletariato, non le
donne; nessuno è mai stato sfruttato così tanto e così profondamente e in
maniera tanto distruttiva quanto i bambini innocenti.
Poichè sono inermi e dipendenti devono imparare qualsiasi cosa insegnate
loro. Devono assorbire tutte le falsità che continuate a imporre loro con la
forza. Per loro è una questione di sopravvivenza, senza di voi non sono in
grado di sopravvivere: è una questione di vita o di morte! Devono essere
hindu, devono essere musulmani, devono essere gianisti, devono essere
buddhisti, devono essere comunisti. E voi continuate a immettere nelle loro
menti qualsiasi cosa rappresenti il vostro interesse. Anzichè renderli più
svegli, più attenti, più consapevoli, più vivi, più riflessivi; anzichè
renderli simili a specchi, puri, li riempite di idee... strati su strati di
polvere. E alla fine diventa loro impossibile vedere ciò che è. Iniziano a
vedere ciò che non esiste e smettono di vedere ciò che è.
"

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04.09.2001
Lettera a Piero Fassino

Carissimo Piero Fassino,
scrivo questo breve messaggio, sperando ti sia di incoraggiamento. Sono un ragazzo quasi 24enne di Prato, appena tornato in Italia dopo essermi laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni in Inghilterra (Università di Bath). Ti seguo da diverso tempo, e anche quando ero in Inghilterra ho cercato di rimanere informato sulle tue idee e prese di posizione, recentemente grazie anche al tuo sito Internet pierofassino.it. Ti stimo perchè sei una persona con grande buon senso, quello che gli inglesi chiamerebbero "sensibility", o anche "common sense". Ti ammiro per la tua obiettività e per questo tuo grande senso politico, inteso come genuino interesse per lo sviluppo moderno del nostro paese. E proprio la tua concezione di modernità è quella che fa di te forse il mio politico preferito al momento. Ho letto la tua mozione per il congresso di Pesaro e appoggio in pieno questa tua visione di "superamento della separazione tra modernità e diritti". E' giusto essere disposti a guardare in faccia alla modernità, aprendo un grande dialogo con le forze sociali del paese, deideologizzando il confronto, sviluppandolo su basi concrete. E' giusto riconoscere che la modernità non sia una linea retta, una mera evoluzione darwiniana. Il confronto, una continua valutazione deve essere alla base di tutto. Ed il confronto deve riuscire a stabilire senza preconcetti come un certo cambiamento possa mutare i diritti sociali, e quindi determinare il suo grado di modernità. Appunto, la modernità va guidata, va analizzata, va RICONOSCIUTA. La modernità non può essere semplicemente deregolativa, è qualcosa di piu' complesso.
Non ti nascondo che alle passate elezioni ho appoggiato lo schieramento del centro-destra, pur avendo votato centro-sinistra a quelle precedenti, proprio perchè sentivo che questa sinistra, come dice Diamanti, era a disagio sui temi di cambiamento e modernità. Piuttosto che guidarli, tendeva ad ostacolarli.
Avrei tante cose da aggiungere, e tanti complimenti da farti, e tanta voglia di incoraggiarti su questo tuo nuovo percorso alla presidenza dei DS, ma non voglio andare oltre, per evitare di tediarti con argomenti troppo ovvii e che avrai ricevuto sicuramente da tante centinaia di italiani.

I miei più sentiti auguri

Daniele Baroncelli


Caro Daniele,
grazie mille per gli auguri e scrivimi ancora. La tua è un'esperienza
importante tanti auguri per il tuo futuro professionale
Ciao
Piero Fassino


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